Musica e libri, un secondo esempio

Una settimana fa ho dedicato un post all’associazione fra libri e canzoni, parlando poi di una di queste accoppiate, la prima in ordine temporale fra i tre casi che hanno caratterizzato la mia esperienza di lettrice. Oggi vorrei parlare del secondo abbinamento musica-lettura che da anni mi risuona talvolta nelle orecchie o nella mente, centrato questa volta sul romanzo “L’ombra di una voce” e la canzone “Stolen child“.

Curiosamente (proprio com’era già successo per “Il ponte dei sospiri” e “Figlio della luna“) anche a questa lettura mi dedicai durante le vacanze scolastiche; si trattava però della pausa natalizia, anziché estiva, ed io ero decisamente cresciuta. Frequentavo infatti il secondo anno di università e tornando a casa a metà dicembre vidi appoggiato sul tavolino della veranda un libro, preso in prestito dalla biblioteca cittadina, che mia madre stava evidentemente leggendo in quei giorni.

Copertina del romanzo
Copertina del romanzo

Un pallido raggio di sole faceva scintillare il titolo, stampato in rilievo con una sfumatura metallizzata di oro e di porpora, e l’immagine di copertina – raffigurante una donna in lunghe vesti medievaleggianti che si rivolgeva ad un cavaliere assiso in groppa ad un possente destriero, con un castello ed una brulla scogliera sullo sfondo – mi ha subito incuriosita. Ambientazione storica, riassunto sul retro di copertina interessante: non chiesi altro e proditoriamente sottrassi alla mamma “L’ombra di una voce” per leggerlo prima di tornare a Torino.

Che dire, questo romanzo della scrittrice britannica Barbara Erskine mi ha davvero entusiasmata ed ha probabilmente costituito la scintilla alla base della mia idea di scrivere “Nelle ombre dei sogni“. Ci troviamo infatti, come nel mio romanzo, di fronte ad una doppia vicenda che intreccia le vicende della trecentesca Isobel, contessa di Buchan, con la sua lontana discendente Clare, donna dei nostri giorni.

Con grande maestria la Erskine riesce a passare da un’epoca all’altra in un crescendo di tensione che cattura il lettore, soprattutto nella parte inerente le vicende di Isobel, che non si rassegna alla sottomissione richiesta dalla società del suo tempo alle donne, ma si ribella tanto al marito quanto al suo re per offrire la propria fedeltà all’uomo che ama. La protagonista moderna è invece Clare, una donna ricca che si sente imprigionata in un matrimonio senza figli, sola perché le pare che il marito si sia allontanato da lei, e che decide dunque di riempire la propria vita accogliendo la presenza dell’antenata Isobel.

Duncairn, dimora di Isobel e amatissimo castello ancestrale della famiglia di Clare, diviene così quasi il campo di battaglia dove si sfidano passioni e desideri che sembrano travalicare i secoli.

A differenza di quanto accade generalmente coi romanzi legati alla reincarnazione, che dividono in modo netto gli eventi del passato da quelli del presente (esempi ne sono “L’Uccello del Sole“, di Wilbur Smith, o “Verde oscurità“, di Anya Seton), l’autrice è riuscita ad alternare le due storie per l’intero arco narrativo del romanzo, creando di fatto un affascinante affresco di viaggio attraverso il tempo.

Copertina di un'edizione inglese del romanzo, che evidenzia bene la compresenza nella narrazione di due protagoniste appartenenti ad altrettante (e ben distinte) epoche storiche
Copertina di un’edizione inglese del romanzo, che evidenzia bene la compresenza nella narrazione di due protagoniste appartenenti ad altrettante (e ben distinte) epoche storiche

Le vicende di Isobel – costretta a fronteggiare più volte la morte e sofferenze indicibili nella sua disperata, selvaggia ricerca della felicità – è di certo la parte più toccante, ma per quanto esca svantaggiata dal confronto anche la trama riguardante Clare ha una notevole profondità e interessanti colpi di scena. Ricordo che lessi il libro (che pure non è sottile) nell’arco di pochissimi giorni e non appena ne trovai una copia in libreria mi affrettai ad acquistarla per poter avere sempre a portata di mano un libro che avevo apprezzato enormemente.

Stavo dunque sfogliando con soddisfazione il mio volume appena comperato, quando mi misi a rileggere alcuni dei passaggi più toccanti (è più forte di me, lo faccio sempre coi romanzi che amo di più). Ed in quel momento nella stanza risuonavano le note di un cd che avevo fatto partire perché la cantante – scoperta da poco – aveva uno stile che trovavo intrigante ed una voce davvero straordinaria.

Anche in questo caso devo ringraziare mia sorella, che alcuni mesi prima mi aveva fatto conoscere l’album “The mask and the mirror” della cantautrice canadese Loreena Mckennitt. Avendo adorato le prime due canzoni di quella raccolta, con la loro sonorità celtica e i delicati arpeggi che accompagnavano una voce ricca e ben modulata, avevo cercato di reperire anche altri album della cantante, fra cui “Elemental“, compilation d’esordio della Mckennitt uscita oltre dieci anni prima ma che io mi ero appena regalata in occasione del Natale appena trascorso.

L’album, come tutti i lavori della cantante (in particolare i primi), ha una chiara matrice celtica, derivante sicuramente dalle origini scozzesi ed irlandesi della Mckennitt; gran parte delle canzoni contenute in “Elemental” trae origine dalla rivisitazione di ballate o leggende popolari, mentre “Stolen Child” prende spunto dall’omonima poesia di William Yeats.

Questa trasposizione musicale del poema ottocentesco è una delle mie canzoni preferite in assoluto e fin da quei lontani anni ’90 ho sempre pensato che quella melodia dal sapore antico, venata da una leggera malinconia, riecheggiasse le arie che gli arpisti e i flautisti medievali avrebbero potuto suonare per la loro signora, Isobel di Buchan.

Come away, O human child.

To the waters and the wild.

With a faery, hand in hand.

For the world’s more full of weeping

Than you can understand

Ogni volta che sento queste parole, non posso fare a meno di ricordare la forsennata cavalcata di Isobel verso nord, nella disperata speranza di raggiungere la sua amata Scozia e il suo amato Robert. O lo struggimento con cui, prigioniera a Berwick, fissava le montagne oltre il confine pensando che non avrebbe più rivisto la sua patria.

 

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