“Punizione divina” di Paola Chiozza – Recensione

Il mio giudizio in breve:

Un libro che si è rivelato banale e deludente proprio come lasciato presagire dall’estratto iniziale. Le situazioni narrate più che ironiche o divertenti mi sono parse forzate, la protagonista una scioccherella sommamente superficiale, il lui di turno il solito bello e dannato (in realtà sensibile e caro). Romanzo del quale davvero non riesco a salvare nulla e che ho faticato a terminare visto anche il gran numero di pagine impiegato dall’autrice per raccontare una storia insulsa e prevedibile.

Che dire, in un certo senso questo post non è che l’ampliamento di quello che meno di una settimana fa avevo dedicato all’anteprima del romanzo. Tutte le mie peggiori previsioni si sono rivelate veritiere e a lettura conclusa non posso che giudicare “Punizione divina” uno dei libri meno coinvolgenti che mi siano mai capitati fra le mani.

A fare acqua è prima di tutto la trama, che vede questa laureanda italiana, abituata alle materie universitarie e alla vita freneticamente alla moda di Milano, spedita dall’altra parte del mondo per risollevare le sorti di una realtà di cui non sa niente. Non solo è risibile l’apparente ragione che porta Giuditta nel Montana invece che a New York, ma soprattutto è assurdo il modo in cui la situazione è vissuta da entrambe le parti coinvolte.

La ragazza da parte sua non sa fare altro che disperarsi, rimpiangere Manhattan e portarsi appresso un guardaroba degno della notte degli Oscar. Ma a conti fatti è quasi meglio dei Sullivan, un’intera famiglia che da anni manda avanti un ranch e non sa fare di meglio, quando si accorge di essere sull’orlo del fallimento, che affidarsi ad una sconosciuta venticinquenne senza esperienza, piovuta negli States dall’Italia dall’oggi al domani senza la minima idea di cosa la aspetti. Tant’è che le brillanti trovate della studentessa coi voti migliori del suo corso non sanno andare oltre un po’ di pubblicità online (che nel 2015 – più o meno – i Sullivan non sapevano decidersi a far da sé), dei corsi di equitazione o kayak, impiantare un chioschetto vicino ad uno dei punti panoramici del ranch. Insomma, dalla spocchiosa bocconiana mi sarei aspettata ben altro.

Invece le idee ragionate di Giuditta si esauriscono praticamente qui, il resto sono trovate contraddistinte da vari gradi di irrealtà, nate dalle sue figuracce e da una visione distorta di ciò che la circonda. Prima si vergogna a parlare con un altoparlante per pubblicizzare un pomeriggio di rinfresco gratis al ranch, poi invece non ha remore a mettere in piedi un sexy car wash pensando così di salvare la tenuta. E si stupisce pure che lo sceriffo pretenda di sequestrarle il denaro per restituirlo alla cittadinanza.

Fra l’altro, non è ben chiaro in che tipo di guai versi esattamente il ranch. Prima si parla di fallimento, di non poter pagare i creditori, di pignoramenti bancari; poi si scopre che bastano un paio di migliaia di dollari (che Giuditta recupera non con astute manovre finanziarie ma impegnando i suoi capi firmati) per aggiustare tutto. Il che forse alla fin fine spiega (perversamente) perché i Sullivan non abbiano fatto niente prima e non si siano preoccupati di ottenere un aiuto più consistente rispetto alla laureanda italiana.

Scena da rodeo; purtroppo non vediamo il viso dell’uomo (quindi ci perdiamo il cortocircuito ormonale che accade a Giuditta ogni volta che incrocia Scott) e la camicia ci nasconde i suoi magnifici pettorali (spesso con annesse goccioline d’acqua nemmeno che il protagonista fosse un pesce). Ma possiamo comunque fingere che l’uomo sia l’attraente cowboy del romanzo.

Oltre alla vicenda economico-finanziaria banale e nemmeno ben studiata, l’altro fattore che penalizza notevolmente il romanzo è la caratterizzazione dei personaggi, che non saprei come definire se non stereotipati. Tralascio Scott o Mike o Sonia per non dilungarmi troppo e mi focalizzo sulla protagonista e voce narrante, che non si può catalogare se non come una schizofrenica, snob e superficiale. Non solo infatti Giuditta è incapace di impiegare meno di mezz’ora per scegliere la più adeguata fra le sue innumerevoli scarpe da oltre cinquecento euro al paio, ma nella sua testa lascia che dialoghino tranquillamente le sue guru di riferimento (Donatella Versace e Anna Wintour).

D’altronde è chiaro che la signorina appartiene ad una famiglia “che conta”, o per lo meno piena di soldi. Altrimenti non si spiegherebbero gli abiti tutti d’alta sartoria, le borsette da quattrocento euro, le calzature che valgono quanto lo stipendio di una cameriera (come lei afferma orgogliosa sbandierando che per questo la domanda è poca e l’oggetto non rischia svalutazioni). Ma nemmeno essere ricchi sfondati giustifica a mio parere il fatto che Giuditta non sappia azionare una lavastoviglie e possa pensare frasi come questa – cito testualmente: “mi ero ridotta a sbrigare le faccende domestiche da sola, senza l’aiuto di una domestica“. Ragazza mia, cresci! Nemmeno se fossi la nipote della regina Elisabetta II potresti permetterti tanta supponenza.

Non va dimenticato infine che questa perla di giovinetta a Milano sembra essere stata praticamente la perfezione incarnata (tranne forse che in campo sentimentale): autentico modello di stile con i suoi vestiti firmati, voti da far invidia a Hermione Granger, un futuro che coniugherà una carriera sfolgorante e il matrimonio con un uomo esperto di finanza insieme a cui il babbo possa fare affari. Poi la protagonista capita in un ranch del West e diventa peggio di un clown, si ubriaca senza ritegno, inanella una figuraccia dopo l’altra.

Insomma, credo sia ormai evidente che di questo romanzo non mi sento di salvare nulla, motivo per cui lo sconsiglio caldamente a chiunque (e sono fortemente tentata di aggredire con una sonora rimostranza l’amica che ha avuto la pessima idea di suggerire questo titolo durante la nostra lettura incrociata).

Voto:

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