“Il castello della paura” di Barbara Cartland – Recensione

[Titolo originale: The castle of fear]

Ho già parlato sul blog di un romanzo della Cartland pubblicato da una casa editrice diversa dalla Mondadori e soprattutto tradotto da un’altra mano rispetto a quella di Lidia Zazo, autrice di almeno il 90% delle versioni italiane delle opere di dame Barbara. Come ho già detto in “Fascino d’Oriente” (questo il post al quale mi riferisco), la diversità di traduzione salta all’occhio e ne ho avuto riconferma recentemente leggendo per la prima volta un altro romanzo pubblicato dalla casa editrice Il Picchio, ovvero “Il castello della paura“.

La copertina del volume pubblicato dalla casa editrice Il Picchio: perché Tatika non ha i capelli neri?
La copertina del volume pubblicato dalla casa editrice Il Picchio: perché Tatika non ha i capelli neri?

Inutile negare che la copertina sia davvero brutta e poco evocativa: l’eroina, che ha occhi e capelli neri perché russa per parte di madre, vi viene raffigurata con chiome fra il castano e il ramato ed abiti bruttini, così come non in tono con l’epoca mi paiono le marsine fatte indossare dall’illustratore ai gentiluomini. A parte questo, il libro si contraddistingue rispetto alle edizioni Mondadori per un aspetto decisamente più positivo, ovvero l’assai più cospicuo numero di pagine – circa 185 contro una media di 120.

Questo terzo circa di romanzo in più è secondo me molto utile per capire come scriveva davvero la Cartland, e per dare maggior profondità alla vicenda narrata, anche se non posso fare a meno di ritenere che la traduttrice avrebbe fatto un favore a tutti sfoltendo un po’ i dialoghi dai troppo frequenti puntini di sospensione che evidentemente la scrittrice dispensava con abbondanza (ma che la Zazo aveva la felice idea di eliminare quasi in toto).

Superato il fastidio di queste frequenti interruzioni nei dialoghi e della scelta di usare il lei invece del voi (oltre che di tradurre letteralmente milord con mio signore), “Il castello della paura” garantirà secondo me una lettura molto piacevole, interessante soprattutto perché abbastanza diversa dai canoni classici della Cartland in termini di trama e più sensuale rispetto alla prosa cui normalmente le lettrici italiane sono state abituate dalle traduzioni Mondadori.

La storia ruota intorno all’incantevole Tatika, figlia di un diplomatico inglese e di una principessa russa, che ha suscitato coi suoi modi freddi e distaccati l’interesse di un debosciato libertino. Poiché detesta l’uomo che la vorrebbe in moglie, ma sa che verrebbe costretta alle nozze da una matrigna invidiosa della sua bellezza e più che felice di entrare nella cerchia del principe ereditario grazie alle conoscenze del futuro cognato, la giovane prende una decisione drastica: impiegarsi (in incognito) come dama di compagnia in un remoto castello scozzese. Ciò che Tatika ignora è che l’isolato maniero si dice sia abitato da fantasmi, che l’amministratore della proprietà la vorrebbe rimandare al sud appena messo piede nel castello, che l’attuale duca pare ostracizzato dalla buona società – eppure a lei ricorda pericolosamente un prode vichingo conquistarore …

A grandi linee la trama si prevede sin dall’inizio, ma nell’insieme il libro è molto piacevole perché gli imprevisti a cui l’autrice ricorre per movimentarlo sono un po’ diversi da quelli cui ha abituato le sue lettrici: niente gare a cavallo, niente amanti gelose che studiano qualche malvagio stratagemma per liberarsi dell’eroina, niente cinici libertini redenti dalla purezza di un visetto spirituale. Questa volta, isolati nelle forre scozzesi, vediamo due protagonisti un po’ atipici già a partire dall’aspetto fisico (lui è sempre alto e prestante, lei sottile e “in boccio”, ma Magnus è curiosamente biondo mentre Tatika scura sia di occhi che di capelli).

Le copertine delle edizioni inglese (a sinistra) e americana (a destra) sono entrambe opera di Francis Marshall e mostrano i protagonisti come descritti nel libro quanto ad aspetto fisico, nonché colti in uno degli eventi clou della narrazione
Le copertine delle edizioni inglese (a sinistra) e americana (a destra) sono entrambe opera di Francis Marshall e mostrano i protagonisti come descritti nel libro quanto ad aspetto fisico, nonché colti in uno degli eventi clou della narrazione

L’eroina è sicuramente più decisa del solito, per una volta a tal punto determinata a non sposare un uomo per il quale prova solo ripugnanza e disistima da risolversi ad un passo drastico, ovvero impiegarsi fra la servitù nonostante il parere contrario dell’anziana e fidata cameriera. Non solo, prima di giungere a questa drastica risoluzione vediamo (probabilmente più di quanto ci avrebbe lasciato scoprire un’edizione Mondadori, che sospetto avrebbe pesantemente tagliato i capitoli iniziali) Tatika alle prese con un lord disinvolto e non troppo gentiluomo che ha scarso rispetto per il pudore o l’innocenza di lei.

Ecco dunque che la nostra sventurata giovinetta a parte le minacce della matrigna (ma i padri nei romanzi della Cartland devono essere sempre così assenti?) si trova a dover ribattere osservazioni pungenti – se non proprio spinte – del suo sempre più odioso pretendente, dimostrando una vivacità di spirito ed una prontezza davvero apprezzabili. Forse ciò accade, negli originali, anche in altri romanzi della Cartland, ma questo è il primo che io ricordi in cui la protagonista si rende conto che il futuro marito non vede l’ora di portarsela a letto, o che viene baciata sulle labbra (benché contro il suo volere) da un uomo che non è l’eroe.

Dopo alcuni capitoli iniziali dedicati ad esplorare la sofferta relazione fra la giovane e lord Crowley, utili per motivare l’avversione crescente della ragazza al matrimonio ed intriganti per il conflitto fra i due, la narrazione viene poi movimentata dal viaggio verso nord (altro passaggio che credo sarebbe stato molto sfoltito in una diversa edizione). Non si può negare che quest’ulteriore digressione ha l’effetto di far attendere l’entrata in scena dell’eroe, ma è un modo piacevole per entrare nei panni di Tatika, conoscerla meglio e come lei separarsi dalla scintillante buona società inglese.

Quando poi l’eroina giunge in Scozia e iniziano i suoi rapporti con il protagonista le cose si fanno più romantiche, anche se – e questo è forse il peggior difetto del romanzo a parte la traduzione non sempre felice – le interazioni fra i due sono tutto sommato scarse. Per quanto la scontrosità di Magnus sia motivata, questo fa si che ci siano di fatto solo due momenti in cui lui e Tatika rimangono soli insieme: il primo fa scoccare la scintilla dell’innamoramento, il secondo la porta a compimento, ma in un romanzo rosa è davvero un po’ pochino.

D’altra parte pur restando indiscutibilmente una lettura romantica questo libro è quasi un mistery (nel senso gotico del termine, un po’ come potrebbero esserlo i romanzi della Radcliffe): passaggi segreti, fantasmi, morti violente, misteri. Il tutto ben amalgamato in modo che – a parte nelle allusioni dei protagonisti sull’essere già stati insieme in una vita passata – la lettrice non abbia mai la percezione di una forzatura troppo evidente.

Ad essere sincera non posso dire di aver apprezzato questo titolo quanto ho fatto con altri della Cartland, ma siccome in parte questo è sicuramente legato alla diversità di traduzione rispetto allo stile cui i romanzi Mondadori mi avevano abituata, e poiché la storia è avvincente nonostante la poca interazione dei protagonisti, mi sento comunque di consigliare la lettura de “Il castello della paura“.

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