“Agatha Raisin e le fate di Fryfam” di M.C. Beaton – Recensione

[Titolo originale: Agatha Raisin and the Fairies of Fryfam – Agatha Raisin Mistery #10]

Il mio giudizio in breve:

Finalmente un’avventura della brusca Agatha che oltre ad essere un piacevole scorcio sulla vita inglese di campagna torna a rappresentare anche un buon romanzo investigativo. Di questo libro mi è piaciuto quasi tutto: bello l’accenno al sovrannaturale legato alle lucine fatate, buona la caratterizzazione dei personaggi con una certa evoluzione di entrambi i protagonisti, ben condotta la parte di indagini. Solo il finale, frettoloso e poco legato al resto, mi ha un po’ delusa, ma credo sia preparatorio per il romanzo successivo della serie.

Questa volta Agatha, allontanatasi da Carsely nella speranza di dimenticare James Lacey e far avverare la fumosa profezia di un’indovina secondo la quale nel Norfolk avrebbe trovato l’uomo della sua vita, finisce non volendo per seppellirsi a Fryfam, sonnacchioso villaggio all’antica dove le donne cuciono trapunte mentre i mariti vanno al pub a lanciare occhiate vogliose alla bella barista. Né manca alla zona il tipico signorotto di campagna, anche se in questo caso il rubicondo Tolly è più che altro un arricchito con velleità nobiliari che si dedica alla caccia per essere accettato da chi gli è socialmente superiore.

Nulla sembra attrarre Agatha in questo deprimente inverno nebbioso al nord e la donna sta seriamente meditando di rimetterci la caparra versata per il cottage e tornarsene a casa, quando un omicidio squassa la pace di Fryfam. E visto che la sfortuna pare accanirsi contro la povera Agatha, la vittima viene uccisa proprio nel modo da lei descritto nel romanzo giallo a cui ha scelto di dedicare il proprio tempo (ma del quale non ha scritto altro se non questo incriminante primo capitolo). Dal desiderio di scagionarsi, oltre che da quello di movimentare la monotonia, nascono dunque le indagini di Agatha e dell’amico Charles, che l’aveva raggiunta appena prima del delitto e con entusiasmo le si affianca per scoprire i peccatucci e i segreti degli abitanti di Fryfam.

Credo di essere arrivata a un punto di svolta nella serie dedicata dalla Beaton ad Agatha Raisin: dopo qualche alto e basso, mi pare che la saga si sia assestata in un mix davvero ben riuscito che se pure come giallo è un giallo all’acqua di rose nel complesso risulta davvero una lettura gradevole. Dico questo perché gli aspetti che finora non mi avevano troppo convinta mi pare si siano risolti nella direzione che auspicavo, finendo per dare origine ad un susseguirsi di vicende davvero godibili.

Innanzitutto la figura della protagonista si è fatta meno brusca, più fragile, meno impicciona per il mero gusto di ficcanasare – tutti aspetti che a parer mio rendono Agatha molto umana e, seppur non amabile, spontaneamente simpatica. Senza più incappare nelle esagerazioni di una donna che si arrampica sul lavandino di un bagno pubblico per cambiare una lampadina o che continua a imbrogliare acquistando articoli che poi spaccia per casalinghi nelle fiere di paese, la Beaton mostra una signora piena di quelle contraddizioni quasi banali che caratterizzano la personalità della gente comune.

L’immagine evidenzia in rosso la posizione del Norfolk fra le varie contee inglesi

Dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili, ancora segnata interiormente dal fatto di essere nata povera nei quartieri popolari di Birmingham, Agatha ha l’ansia di non essere giudicata inferiore dagli altri, maleducata magari sì, ma a patto di essere compresa fra quelli che contano. Eppure ha un po’ smesso le proprie vanterie, le manie di grandezza che la spingono ad inventare aneddoti a ad infiorare la realtà per sembrare più altolocata. Ora la protagonista cede semplicemente all’umanissimo desiderio di sfoggiare un amico baronetto e di non farsi compatire per una presunta infelicità sentimentale.

Si assiste ad un’evoluzione, benché meno profonda, anche nel comportamento di Charles, che da petulante e superficiale sembra essere in svariate occasioni premuroso, protettivo, un autentico amico. Il dubbio che a dispetto della differenza d’età (quei dieci anni che pesano soprattutto nella mente di Agatha) in Charles alberghi un autentico attaccamento e affetto per la sua compagna d’avventure è legittimato dall’interesse con cui l’uomo le rinnova il suggerimento di andare in terapia per scrollarsi dalla mente l’ossessione per James. E personalmente ammetto che fra i due le mie simpatie vanno più al baronetto, un po’ troppo disinvolto nello scegliersi le compagne di letto e troppo tirchio quando si tratta di denaro, ma abbastanza onesto con se stesso (e con Agatha) da non sparire nel nulla dopo un litigio.

Bella inoltre come sempre l’ambientazione inglese, anche se questa volta invece dei fiabeschi Cotswolds la narrazione si sposta nel piatto Norfolk. Ma non sono tanto le bellezze turistiche ad attrarre, quanto il modo tutto inglese di narrare la quotidianità come se si sbirciasse dal buco della serratura nella vita altrui, rilevandone vizi e virtù. E soprattutto di vizi sembra abbondare Fryfam, dove le relazioni extraconiugali abbondano, dove una donna che si sente tradita dopo una notte di sesso tira un mattone contro l’automobile dell’uomo che l’ha lasciata, dove una moglie comandata a bacchetta dal marito preferisce tornare ad accudirlo piuttosto che godersi una vita indipendente.

Esaminando poi la componente gialle strettamente detta, trovo questo decimo romanzo della Beaton particolarmente ben riuscito: le indagini di Agatha sono come sempre raffazzonate ed istintive, assolutamente cosa da dilettanti, ma con la compagnia di sir Charles si trasformano in qualcosa di meno casuale e curioso. Anche perché pare che a tutt’oggi in Gran Bretagna un titolo nobiliare apra non poche porte, senza contare che il garbo di lui compensa la mancanza di tatto di lei e che le numerose conoscenze di Charles completano l’intraprendenza della donna, rendendo il duo molto più efficace rispetto al singolo.

Carrellata delle copertine di alcune edizioni britanniche del romanzo

La soluzione del mistero non è forse delle più brillanti, ma a me è piaciuta a dispetto della sua prevedibilità perché è giunta comunque dopo un ben ritmato lavoro di indagine da parte dei protagonisti, comprensivo persino di un paio di momenti di riflessione durante i quali i due hanno scritto e confrontato i loro appunti sul caso.

Unica nota un po’ stonata nel romanzo è, come dicevo nel giudizio ad apertura del post, il finale. Un po’ perché affrettato, un po’ perché essenzialmente slegato dal resto della storia narrata e non molto motivato (d’altra parte il principale attore della vicenda ha abituato i lettori ai suoi gesti impulsivi). Siccome però il titolo del successivo libro della Beaton lascia facilmente intuire a cosa sia servito il capitolo conclusivo di questo, mi riservo una valutazione in merito dopo la lettura di “Agatha Raisin e l’amore infernale“, alla quale conto di dedicarmi presto.

Voto: gifVotoPiccolagifVotoPiccolagifVotoPiccolagifVotoPiccola

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