“Derek Larson e La Città Perduta” di Simone Lari – Recensione

Il mio giudizio in breve:

Personaggi non ben delineati e una storia improbabile che scade nel banale fanno di questo romanzo una lettura scorrevole ma non avvincente. Né aiutano i frequenti rimandi a situazioni già lette e già viste, in particolare alle avventure del ben più famoso e fascinoso archeologo-avventuriero Indiana Jones. Avrebbe giovato molto al romanzo sfrondare queste “citazioni” e approfondire piuttosto l’aspetto fantastico della Città Perduta, aspetto che purtroppo è rimasto scarsamente delineato.

Probabilmente ormai dovrei averlo capito e farmene una ragione: se l’estratto iniziale di un romanzo non mi convince, le probabilità che mi piaccia il volume nel suo complesso sono praticamente nulle. Come conferma anche questo libro di Lari, che mi aveva lasciato non poche perplessità dopo la lettura dell’anteprima e che, terminata la lettura, si è confermato come un’opera ricca di potenzialità ma a mio parere tutt’altro che ben gestita.

I personaggi innanzitutto sembrano sagome ritagliate nel cartone, del quale conservano lo stesso risibile spessore. La coppia protagonista non si discosta per nulla dal cliché sin troppo abusato degli amici da sempre ora colleghi di lavoro, ferratissimi non solo nel proprio campo ma anche nell’improvvisazione, teoricamente così complementari da essere fin troppo ben assortiti. Ricordano un po’ tutte le coppie simili che già popolano l’universo della narrativa e della cinematografia, a me per esempio caratterialmente hanno fatto venire in mente la copia sbiadita di Dirk Pitt e Al Giordino.

Derek dovrebbe forse essere l’elemento dominante del duo, ma io l’ho trovato talmente antipatico che mi è stato impossibile subire il suo discutibile fascino. L’uomo è sempre molto preciso, quasi pedante, come se fosse perennemente consapevole di essere un professore universitario decisamente brillante, e si prende un po’ troppo sul serio per i miei gusti. Battibecca con chiunque, dalla ex fidanzata al presunto amico, senza che questo lo renda più umano e le battute che scambia con degli avversari (sadici oltre che in chiara superiorità numerica piuttosto che di armi) tendono a farlo apparire stupido piuttosto che coraggioso.

Sam mi è piaciuto maggiormente perché si prende meno sul serio e anche se in apparenza il suo ruolo è solo quello dell’assistente, in realtà durante le missioni sul campo si dimostra quasi brillante quanto Derek e meno supponente. Spesso sono le sue competenze o affermazioni a innescare le deduzioni dell’amico, benché per entrambi trovo che l’autore abbia esasperato la capacità di destreggiarsi sul campo in situazioni difficili ed inattese.

Proprio in stile Indiana Jones infatti i due eroi si dimostrano ben più intrepidi di quanto ci si attenderebbe da normali docenti universitari, e lo stesso fanno le loro controparti femminili nonché compagne di letto, Lily e Patricia. Tutto nel rapporto delle quattro figure principali è prevedibile e sa di già letto, dal fatto che la passione si riaccenda dopo anni di rancorosa lontananza al fatto che il cattivo della vicenda si rivelerà essere un uomo molto vicino alla bella archeologa. Né si riscattano i malvagi, in particolare lo scagnozzo che sembra proprio una caricatura mal riuscita di tutti i peggiori villain cinematografici.

Spesso nei film i cattivi distruggono scenograficamente intere città (a sinistra la locandina di Indipendence Day, a destra una scena di Avengers); in “La città perduta” non manca un cattivo sadico e psicopatico che uccide uomini come fossero zanzare e distrugge reperti archeologici di inestimabile valore facendoli esplodere …

La trama, che inizialmente cattura per i suoi aspetti misteriosi e quindi affascinanti, presto diventa priva di reali colpi di scena e soprattutto rimane lacunosa su quello che avrebbe dovuto essere il suo nucleo centrale, ovvero la componente fantascientifica. Al termine del romanzo si parla delle altre opere dell’autore e mi sono resa conto che probabilmente Lari ha scritto “La città perduta” intrecciandolo ad altre storie e altri personaggi del suo universo narrativo. L’idea in sé non è cattiva, potrebbe conferire unità e invogliare i lettori di un titolo a sceglierne altri per conoscere meglio il mondo nato dalla fantasia dello scrittore.

Quello che non mi ha convinta è l’impressione, che in me è stata davvero forte, di aver lasciato volutamente nel vago dettagli e spiegazioni proprio per rimandare ad altri scritti (già pubblicati o previsti per il futuro). Se leggo un libro lo vorrei esaustivo, non mi aspetto che porzioni importanti della storia si vengano a sapere solo leggendo altri libri. Soprattutto perché in questo modo anche la trama diventa banale e finisce per ricordarne altre (a me è venuto in mente Stargate).

Dalla lettura di questo libro ho ricavato l’impressione che l’autore si sia ispirato fin troppo a film come la saga di Indiana Jones oppure Stargate …

Tutto infatti finisce per ridursi ad una spedizione archeologica che toccando i punti più imprevisti del pianeta (dalla Colombia al Grande Mare di Sabbia) svela come in un’epoca remotissima degli alieni tecnologicamente avanzati siano giunti sulla terra intenzionati a schiavizzare i nativi, che riusciranno a liberarsi essenzialmente grazie alla presenza di altri alieni dei quali non si scopre quasi nulla. E naturalmente alla fine ogni informazione o reperto viene insabbiato da un misterioso dipartimento dell’FBI creato proprio per impedire la divulgazione di simili segreti.

Insomma, l’idea alla base di “Derek Larson e la Città Perduta” sarebbe anche stata interessante, ma il modo in cui è stata sviluppata insieme alla stereotipata caratterizzazione dei personaggi rende le vicende poco verosimili e per nulla intriganti. Non solo non mi sento di consigliare la lettura di questo romanzo, se non forse agli appassionati del mix fantascienza-archeologia, ma personalmente dubito che leggerò altre opere di Lari, almeno nel breve periodo.

Voto:gifVotoPiccola

 

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