“Tutto il villaggio lo saprà” di Fabio Girelli – Recensione

Il mio giudizio in breve:

Libro che non mi ha coinvolta più di tanto, un po’ perché la componente investigativa è lineare e abbastanza prevedibile, un po’ perché non ho provato particolare empatia verso il protagonista, troppo sui generis e perso in fantasticherie. Nonostante il romanzo sia ambientato nella città in cui vivo e sia incentrato su un mistero collegato agli antichi egizi, non mi sento di consigliarlo particolarmente anche a causa di una prosa troppo frammentata e ripetitiva per risultare scorrevole.

A voler essere pignoli si potrebbe osservare che nel giudizio sintetico riportato all’inizio del post sono già indicati tutti i motivi per cui non ho apprezzato il romanzo, e che quindi una recensione vera e propria è forse superflua. Tuttavia io tendo ad essere prolissa nelle mie argomentazioni, quindi cercherò di spiegare con un po’ più di dettaglio le ragioni per cui la mia prima impressione su “Tutto il villaggio lo saprà” (che era tendenzialmente neutra) si è via via affossata man mano che procedevo nella lettura.

Il protagonista innanzitutto: Castelli è troppo forzato come personaggio per convincere, quasi macchiettistico nella goffaggine dei suoi rapporti interpersonali e nell’indifferenza per le conseguenze dei suoi gesti. Che non fosse il prototipo dell’eroe che non deve chiedere mai avrebbe potuto costituire un punto di forza per l’economia del romanzo, permettendo all’autore di introdurre un commissario simpatico proprio grazie alla sua umanità, ai suoi piccoli difetti, alle sue imperfezioni.

Invece Girelli ha deciso di calcare la mano e ha finito per ritrarre un commissario perennemente in ritardo e distratto, tanto riflessivo che le sue meditazioni (o più spesso i suoi voli di fantasia) lo portano a perdersi in un mondo tutto suo invece di dedicare attenzione a ciò che lo circonda. In alcuni passaggi Castelli guadagna qualche punto grazie alle sue felici intuizioni, ma nell’insieme anche questo aspetto non è ben gestito, a partire dal fatto che il protagonista tema il verificarsi di una catastrofe a partire da un episodio macabro ma di scarsa rilevanza come un bizzarro ritrovamento al museo Egizio.

Per quanto riguarda invece la trama, dopo un inizio promettente la tensione anziché mantenersi serrata cala pagina dopo pagina e la storia finisce per diventare monotona e prevedibile. Non solo nei primi sospetti (a cui indiscutibilmente il lettore giungerà ben prima del commissario), ma anche nella successiva comprensione del reale svolgimento dei fatti che – analizzati con un minimo di spirito critico – risulteranno chiaramente orchestrabili (e voluti) da una persona soltanto.

Iside, dea-falco centrale nella mitologia egizia e figura di primo piano (per quanto indirettamente) anche nel romanzo

Se dunque il ritmo si indebolisce e lo svolgersi degli eventi non si caratterizza per alcun brillante colpo di scena, il finale tocca letteralmente il fondo della scontatezza e della scarsa credibilità. Ma davvero l’autore si accontenta di una spiegazioncina più breve di una pagina e poi liquida tutte le conclusioni raggiunte con la dubbia motivazione di non scuotere l’equilibrio emotivo di chi è stato suo malgrado coinvolto nella vicenda?

Vengo infine al terzo aspetto a mio parere decisamente penalizzante nel giudizio complessivo di questo romanzo: lo stile. Nel mio post dedicato all’estratto iniziale del libro avevo già rilevato negativamente il linguaggio un po’ troppo volgare usato da Girelli, ma con il proseguire della lettura a questo fattore se ne sommano altri più gravi ed oggettivi. Come una sintassi spesso traballante ed errori grammaticali che non paiono purtroppo meri refusi (“sono felice che sei qui“, sarebbe al posto di fosse, gli al posto di le) oppure le troppe ripetizioni che appesantiscono le descrizioni (una fra tutte, gli occhi alieni di Lucia).

Scatto notturno del Po nei pressa della Gran Madre: Torino ha da sempre fama di essere in bilico fra cristianità e magia, scienza e occultismo

A lasciarmi interdetta sono intervenute infine numerose immagini scarsamente comprensibili, introdotte per di più senza una vera ragione in un testo che altrimenti sarebbe contraddistinto soprattutto da frasi molto brevi e semplicissime. Che dire infatti di queste espressioni: “Come una coperta di miele il sole scaldava dolcemente la sera” e “a gocce percepiva i suoi ricordi colarle dalle orecchie, dal naso e dalla bocca e rapprendersi come una tazza di cemento armato sul pavimento“? Coperta di miele? Tazza di cemento? Perché???

Concludendo, non posso fare a meno di definire “Tutto il villaggio lo saprà” come un’occasione mancata, un romanzo in cui alcuni elementi potenzialmente interessanti sono stati annullati dall’estrema prevedibilità della componente poliziesca e dalla troppo frequente presenza di errori grammaticali.

Voto: gifVotoPiccola

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...