L’estratto della settimana: “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace

Confesso che fino a pochi giorni fa non avevo mai sentito nominare (o per lo meno non ricordavo di aver mai sentito nominare) David Foster Wallace, romanziere, scrittore di cronaca e saggista, nonché docente di scrittura creativa, che alla sua morte nel settembre 2008 è stato definito dal New York Times un “Emile Zola post-millennio” oltre che “la mente migliore della sua generazione“. Mi sono imbattuta in un articolo che nel citare l’autore ne evidenziava le doti di umorista e siccome sono sempre felice di scoprire nuovi titoli capaci di farmi sorridere ho immediatamente verificato quali sue opere fossero disponibili in formato elettronico.

I volumi presenti su Amazon, mio sito di riferimento principale per gli acquisti, erano una mezza dozzina ed io mi sono lasciata attrarre dalla rasserenante copertina di “Una cosa divertente che non farò mai più“, tutta giocata nei toni del bianco-azzurro e dominata da una enorme nave da crociera disegnata in maniera un po’ naif. A posteriori riconosco che probabilmente la mia scelta non è stata delle più felici in quanto quest’opera non è un vero romanzo, bensì un saggio o più precisamente un reportage su una settimana di crociera ai Caraibi, commissionato allo scrittore dalla rivista Harper’s nella metà degli anni Novanta del secolo scorso.

Cercando qualche notizia sull’opera dopo averne conclusa la lettura dell’anteprima, mi sono imbattuta in giudizi che lodavano il “registro profondamente umoristico” della narrazione, ritrovandovi una delle peculiarità dello stile di Wallace. Ebbene, la mia opinione a riguardo è critica proprio su questo punto fondamentale: non nego un certo umorismo nella scrittura di Wallace, ma non è il tipo di umorismo che io apprezzi.

L’intento umoristico è evidente ed alcuni passaggi dei capitoli iniziali sono effettivamente spiritosi, non del tipo che fa ridere di gusto ma sicuramente abbastanza divertenti da indurre ad un sorriso. Le note a piè di pagina in particolare, frequenti e dettagliate, sono un’autentica sorpresa, un micro-racconto racchiuso nel racconto principale che oltre ad offrire dettagli quasi tecnici (come l’elenco delle compagnie di navigazione) permettono a Wallace di inserire nel discorso battute ed osservazioni pungenti.

Ma se da un lato ammetto che sono probabilmente la parte più spiritosa del testo, dall’altro non posso impedirmi di pensare che la ripetuta presenza di note tanto lunghe, frequenti, spesso legate solo marginalmente con l’argomento principale del capitolo, finisca per rendere dispersiva, se non addirittura difficoltosa, la lettura. L’impressione che ho avuto, terminata l’anteprima, è stata di un semplice articolo di giornale inutilmente allungato per arrivare a farne un più corposo reportage.

Uno dei mastodonti candidi descritti da Wallace nel suo reportage; proprio come la nave su cui ha viaggiato l’autore, anche questa solca acque cristalline sotto un cielo color zaffiro – immagine perfetta per un depliant pubblicitario.

La sensazione deriva, credo, dal fatto che la narrazione, almeno a mio parere, è troppo poco scorrevole. La prosa di Wallace, grammaticalmente e sintatticamente impeccabile, ha un ritmo così descrittivo da risultare lenta, facendomi a tratti desiderare di saltare qualche riga nella speranza di imbattermi in un aneddoto interessante o una notizia curiosa – aspetto che non si può certo dire inviti a proseguire la lettura.

La sensazione di “pesantezza” è inoltre accentuata dall’impressione che nei tre capitoli scarsi dell’estratto iniziale sia già espresso tutto il cuore del saggio, ovvero evidenziare come questi viaggi organizzati allo scopo di viziare gli ospiti siano veritieri nel compito di viziare, appunto, i passeggeri, ma non per questo possano garantire loro di divertirsi realmente. Ma se il messaggio del libro si riassume in questo, per quanto poi l’autore possa spaziare con considerazioni e riflessioni varie, tuttavia io non mi sento invogliata a scoprire ciò che ha da raccontare.

Non nego, lo ribadisco, che già nei primi capitoli ci siano alcuni spunti simpatici, ma lo stile di Wallace non mi convince e non mi attira. Semplicemente si tratta di un umorismo del tutto estraneo a ciò che io considero senso dell’umorismo. Può darsi che la componente linguistica, determinante quando si parla di ironia, possa aver tolto brio e sagacia ad uno scritto originariamente brillante: non posso dirlo, ovviamente, ma “Una cosa divertente che non farò mai più” mi ha lasciato un’impressione così tiepida che davvero non ho alcun desiderio di proseguire con la lettura né di accostarmi ad altre opere di Wallace.

Giudizio dell’estratto:reading_book-sad_smiley

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