“Il karma dell’amore” di Barbara Cartland – Recensione

[Titolo originale: The karma of love]

Come per gli altri titoli pubblicati a metà anni ’70 dalla casa editrice Il Picchio, anche in questo caso le lettrici affezionate non possono non notare che il romanzo risente un po’ del diverso traduttore che (almeno a mio parere) non riesce ad avere la leggerezza della Zazo, cui sempre ricorreva Mondadori per rendere in italiano le opere della Cartland.

Così come è impossibile negare che la copertina scelta abbia poco o nulla della leggiadria che caratterizzava le splendide illustrazioni di Francis Marshall; senza contare che la fanciulla dai capelli castani in primo piano non si capisce proprio chi rappresenti (Orissa ha i capelli così neri da possedere riflessi azzurrini) ed il soldato sulla sinistra dubito raffiguri il maggiore Meredith visto che il giovanotto ha i baffi e in nessun punto del romanzo si associa questo particolare fisico al protagonista.

Tralasciando queste considerazioni tutto sommato marginali e focalizzandosi invece sulla storia, è facile constatare come “Il Karma dell’amore” si ponga in pieno nel filone delle opere esotiche della Cartland, con belle rappresentazioni dell’India e qualche pittoresca descrizione pure del viaggio in mare necessario per giungere a Bombay dall’Inghilterra. Ambientazione a parte anche la trama segue uno dei tipici schemi dell’autrice, con la bella protagonista – Orissa – vessata da una matrigna crudele e gelosa che la getta fuori di casa in una fredda notte di gennaio costringendo la povera fanciulla nell’immediato a cercare riparo negli alloggi militari dove risiede il fratello maggiore, sul lungo periodo a prendere la drastica decisione di recarsi in India presso un caro zio.

Questo viaggio e soprattutto l’arrivo in una terra amata ma sull’orlo della guerra riveleranno la forte tempra di Orissa, il suo coraggio e la sua determinazione, mentre il destino sembrerà farsi ripetutamente beffe della fanciulla ponendola più e più volte sulla strada di un taciturno ma carismatico maggiore appartenente ai servizi segreti britannici, che a causa di alcuni fraintendimenti si farà della giovane donna un’opinione completamente errata. D’altra parte le avversità che aspettano al varco i due protagonisti li porteranno ad una forzata vicinanza che non potrà essere coronata altrimenti che con il più classico ed atteso e vissero per sempre felici e contenti.

Il romanzo, per chi non si aspetti qualcosa di diverso da una romantica e delicata storia d’amore, è di per sé piacevole ma personalmente non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo a causa della sua carenza di originalità, aspetto che si manifesta soprattutto come eccessiva somiglianza con il bellissimo e trascinante “L’ombra della luna” della Kaye, pubblicato la prima volta nel 1957 e dal quale il volume della Cartland (che risale invece al 1974) attinge davvero un po’ troppo.

Per me che ho letto e amato “L’ombra della luna“, e ne ricordo molti passi oltre che la trama in generale, è impossibile infatti non notare i (troppo) numerosi parallelismi fra Winter e Orissa: entrambe allontanate dall’India quando erano bambine per venir condotte nella gelida Inghilterra, crescono senza affetti (benché Orissa venga più maltrattata della piccola Winter) e continuano a considerare come patria quella terra lontana di cui ricordano suoni, odori, colori e persino la lingua. Diventate giovinette entrambe riescono a realizzare ciò che sembra il loro sogno, tornare in India; entrambe sono legate al mondo militare (Orissa perché praticamente cresciuta all’ombra del reggimento, Winter perché destinata a sposare un commissario della Corona); entrambe – benché per motivi diversi – si ritrovano a compiere l’ultima parte del viaggio in abiti orientali, fingendo di essere indiane anziché inglesi; entrambe saranno costrette ad una fuga massacrante in compagnia dell’eroe per sfuggire ad una morte quasi certa.

La copertina dell’edizione inglese, a mio parere decisamente più suggestiva

A queste già notevoli somiglianze si aggiunge la profonda similitudine nell’equivoco iniziale che contrappone i protagonisti delle due storie, equivoco che rispetto alla Kaye la Cartland sembra essersi limitata a rovesciare specularmente. Se infatti ne “L’ombra della luna” è l’ingenua fanciulla a giudicare male il suo accompagnatore, fraintendendone i gesti e rimanendo sconvolta dal bacio che stavano per scambiarsi, in “Il Karma dell’amore” è il maggiore Meredith ad equivocare l’onestà di Orissa, giungendo per questo motivo a rubarle un bacio appassionato sul ponte del piroscafo che li porta verso l’India. Ma l’idea di fondo è la stessa: un pregiudizio per spinge i protagonisti a trattarsi con una certa rudezza quando in realtà sono già preda dell’amore.

Oltre a questo aspetto, che ha pesato non poco nel mio giudizio sul romanzo, trovo che la storia (o quanto meno la narrazione nel suo complesso) sia spesso penalizzata – soprattutto negli ultimi capitoli – da riferimenti non ben spiegati e quindi poco chiari alla situazione indiana dell’epoca (si cita più volte una fantomatica Rivolta, ma io sapevo di cosa si trattava solo grazie alla precedente lettura – appunto! – de “L’ombra della luna“). La conclusione infine mi pare un po’ affrettata, con il classico svenimento dell’eroina stremata dal quale ci si risveglia a cose fatte come se l’autrice non avesse avuto più tempo e voglia di dedicare altre pagine alle disavventure della coppia.

A dispetto di questa mia recensione tendenzialmente negativa, nel complesso il romanzo rimane una lettura piacevole, movimentata dalle vicissitudini che la protagonista ha dovuto superare per ricongiungersi allo zio prima e per lasciare il forte assediato poi. Tuttavia considerando che molte delle opere della Cartland mi sono parse decisamente più avvincenti mi sento di consigliare “Il Karma dell’amore” soprattutto a chi, avendo già letto la maggior parte dei volumi dell’autrice, voglia aggiungere un titolo alla propria collezione.

 

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