“Il falco di pietra” di Sergio Grea – Recensione

Il mio giudizio in breve:

Romanzo interessante, ricorda i libri giallo-rosa che apprezzo tanto anche se si nota la mano maschile dell’autore. La componente mystery è forse un po’ fragile perché non ci sono veri indizi a disposizione del lettore, mentre quella romantica appena accennata e fatta soprattutto di sensazioni. Nel complesso una lettura gradevole e molto tranquilla, anche se lo stile narrativo non mi appassiona particolarmente.

 

A lettura conclusa non posso che confermare quello che era stato il mio primo parere dopo aver letto l’estratto iniziale del libro: lo spunto è buono ma al romanzo manca quel certo non so che per risultare davvero appassionante. Come se l’autore si fosse cimentato in un esperimento seguendo delle linee guida preconfezionate, analogamente ai cuochi che si affidano alle ricette per preparare un determinato piatto, ma il prodotto finale mancasse di quel tocco personale che conferisce carattere e unicità.

Dal punto di vista della trama “Il falco di pietra” si qualifica, a mio parere, come un giallo nella media, senza infamia e senza lode. Dopo l’avvio a Honolulu l’azione si sposta in America e salvo una rapida puntata europea, sarà in California che Paolo cercherà le sue risposte. Un po’ spinto dal desiderio di non abbandonare al suo destino una donna che, sebbene conosciuta appena, gli era sembrata piena di vita e di passioni, ma soprattutto perché il coinvolgimento nel tentato omicidio di Marion gli consente di rimanere in contatto con la bella Nicole.

Specularmente alla brusca Agatha Raisin che, specialmente nei primi romanzi, si tuffa a corpo morto nelle più strampalate investigazioni solo al fine di scacciare la noia e di avere un pretesto per restare accanto al suo affascinante ma freddo vicino, anche Paolo mi è sembrato generalmente più preso dal nascente affetto per Nicole che non dai suoi progressi di detective. Certo, il professore si impegna e a volte ha anche delle buone intuizioni, però il modo in cui Grea sviluppa la storia non permette mai alla componente investigativa di farsi davvero incisiva.

In parte perché Paolo e Nicole sono per la maggior parte del tempo costretti a fare le loro domande senza un vero supporto da parte delle autorità, in parte perché gli indizi veri e propri emergono relativamente tardi nell’economia della vicenda (e riguardano soprattutto la vittima ma solo marginalmente i potenziali colpevoli), “Il falco di pietra” non è riuscito – sul piano detective story – a coinvolgermi completamente.

A San Francisco Paolo e Nicole si recano più volte per portare avanti le loro indagini

Purtroppo non ho trovato ben congegnata nemmeno la parte sentimentale del romanzo, pur avendone apprezzata la presenza. Nicole non assume un reale spessore né dal punto di vista professionale (è la coordinatrice didattica del protagonista a Stanford, ma al lavoro non viene colta praticamente mai se non per dire che ci deve andare e non può trascurarlo troppo) né, soprattutto, dal punto di vista personale ed emotivo. L’autore ripete spesso quanto la giovane donna sia bella, possiamo immaginarla sensibile vista la preoccupazione per la sorte dell’amica, ma non vi è nulla in lei che la caratterizzi davvero.

Paolo, probabilmente avvantaggiato dal fatto di rappresentare la voce narrante della storia, è leggermente più approfondito come personaggio ma personalmente non ho potuto fare a meno di rilevare una stonatura nella sua personalità, riconducibile alle diverse sensazioni che mi trasmettevano il suo racconto delle vicende e i fatti in sé. Considerando le circostanze, queste sembrano qualificare il professore come un uomo carismatico ed affascinante: il decano di Stanford lo apprezza a livello professionale e forse anche personale, una donna brillante e vivace come Marion lo invita a bere un daiquiri, Nicole resta volentieri in sua compagnia, tutti paiono quasi ammaliati dalla sua presenza.

Mentre nella scenografica penisola di Monterey vanno a trascorrere una giornata romantica: lo stile di Grea tuttavia non è riuscito a trasmettermi la magia che dovrebbe aleggiare in quegli angoli di California.

Eppure personalmente (immagino soprattutto a causa dello stile dell’autore, che come già avevo rilevato nell’estratto mi pare un po’ troppo piatto e monotono) Paolo mi è sembrato una persona qualunque, a volte persino un po’ pedante o ripetitivo. Come nel suo perenne riferirsi al decano dell’Università con il colloquiale dear Bill. Lo ribadisco, sicuramente la mia impressione è stata causata in larga parte dal fatto che trovo poco emozionante e troppo monocorde la narrazione di Grea, ma il risultato è comunque uno stridere fra le “gesta” di Paolo e il suo filosofeggiare ogni poche pagine.

Né aiuta a vivacizzare il ritmo la prolissità con cui spesso Grea si sofferma a descrivere i luoghi e, in misura minore, i personaggi. In definitiva considero questo romanzo gradevole ma non fuori dall’ordinario, tant’è che (almeno nell’immediato) non penso di dedicare del tempo alle successive avventure della coppia Paolo e Nicole, raccontate dallo scrittore in ben tre seguiti – Okavango, La giada di Udaipur, Kashmir.

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