L’estratto della settimana: “Il pranzo della domenica” di Paolo Panzacchi

La mia ricerca di una valida firma di libri d’azione prosegue e questa volta mi ha avvicinata a “Il pranzo della domenica“, noir ad alta tensione pubblicato nel tradizionale formato cartaceo nel luglio scorso e poi reso disponibile anche in forma elettronica alcuni mesi dopo. Non conosco l’autore, Paolo Panzacchi, ma la presentazione del volume sugli store online mi è parsa stuzzicante nel suo accennare a mercenari, aziende in crisi, colossi industriali, torbidi segreti di famiglia. Non ero ben sicura in effetti che il romanzo potesse catalogarsi come appartenente al genere avventuroso, sembrandomi piuttosto un thriller, ma ho deciso di dargli comunque una chance.

Il risultato, dopo la lettura del prologo e dei primi quattro capitoli, è stata di profonda delusione. Non tanto per la storia in sé, che obiettivamente non mi pare sia ancora entrata nel vivo della trama e che quindi non mi sento in condizione di poter giudicare, ma a causa dello stile dello scrittore. Stile che è caratterizzato da due aspetti a mio parere estremamente penalizzanti: la tendenza a spezzare troppo il filo del discorso con capitoli brevi che si svolgono in luoghi diversi e coinvolgono personaggi differenti, ma soprattutto l’incapacità di coinvolgere ed emozionare il lettore.

Il primo aspetto a ben guardare non è certo un’esclusiva di Panzacchi, persino un autore che io apprezzo come il Cussler dei primi anni aveva la tendenza a spostare l’azione in tutto il globo e introdurre una caterva di comprimari. Ma lo faceva mantenendo il focus su un’unica idea di base, alla quale bene o male collegava tutto: il prologo avvenuto secoli prima, la comparsa degli uomini della NUMA con un eclatante gesto eroico del protagonista, l’entrata in scena del cattivo di turno – ogni scena serviva a focalizzare l’attenzione sullo spunto intorno a cui era costruita tutta la vicenda.

In “Il pranzo della domenica” invece la sensazione che ho ricavato dalla lettura è stata di una frammentazione quasi disarmonica del racconto, accentuata dall’estrema profusione di nomi e luoghi diversi. Il prologo è ambientato nel 1994 in Cecenia e delle tre figure principali solo Gianni avrà presumibilmente un certo peso nel proseguire del libro. Il primo capitolo si sposta sia temporalmente che geograficamente e nella Stoccolma del 2016 tira in ballo nuovi personaggi che nulla sembra accomunare con gli eventi precedenti.

Ennesimo salto fino a Bologna, dove finalmente lo scrittore ha avuto la gentilezza di rimanere per tutti i capitoli seguenti. Che fra quelli proposti nell’anteprima sono effettivamente i meno scollegati in quanto introducono sempre più in dettaglio la vita della famiglia Arienti, di cui prima si conosce il padre Giovanni e poi i due figli gemelli Roberto e Anita. Ma pur essendo concettualmente legati, almeno in teoria, in pratica anche questi capitoli si caratterizzano come del tutto indipendenti, ognuno ha il suo sfondo, i suoi personaggi e i suoi retroscena. Che si connettono solo labilmente, per il fatto di riguardare persone imparentate strettamente fra loro.

Groznyi (nei drammatici anni ’90 del secolo scorso), Stoccolma e Bologna: le tre città toccate dall’estratto iniziale del romanzo.

Se dunque lo scarso collegamento fra le storyline intrecciate nei primi capitoli già non aiuta a familiarizzare con l’universo narrativo di Panzacchi, il colpo di grazia alla curiosità e all’interesse lo ha dato – almeno per me – lo stile propriamente detto dello scrittore. Che sembra più rifarsi ad una sceneggiatura teatrale o cinematografica che ad un romanzo, nel quale mi aspetto che l’autore riesca a ricreare la realtà attraverso suggestioni e descrizioni evocative.

Di evocativo o coinvolgente in “Il pranzo della domenica” non ho trovato invece praticamente nulla, le scene proposte sono un susseguirsi di informazioni per le quali non ho provato alcun interesse perché presentate come se fossero la lista della spesa o un elenco di punti da smarcare per poter passare oltre. Leggendo i primi capitoli del libro non ho davvero potuto fare a meno di immaginare l’autore con accanto una serie di voci da spuntare del tipo parlare del passato di Tizio, ricordare che Sempronio è andato a scuola con Caio, uccidere qualcuno, trafugare un oggetto …

Online il romanzo viene descritto come “un noir angosciante e insieme adrenalinico“: mi spiace, ma per quanto mi riguarda lo stile di Panzacchi non mi ha trasmesso né la tensione di un noir angosciante né il ritmo serrato di un testo adrenalinico. Motivo per cui senza alcun rimpianto ho interrotto la lettura de “Il pranzo della domenica“, che davvero non mi ha lasciato alcuna curiosità di scoprire cosa sarebbe accaduto alla Arienti o come si sarebbe evoluta la storia.

Giudizio dell’estratto:reading_book-sad_smiley

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