Un’antica distilleria e la fauna tipica delle Antille: ecco lo zoo della Martinica

In questa vigilia di Natale voglio condividere con voi lettori una fuga dalla nebbia e dal freddo europei rispolverando i miei ricordi della Martinica. Ho già parlato delle sue incantevoli spiagge, oggi ho scelto di dare spazio ad una attrazione che non mi sarei attesa in un’isola la cui superficie supera di poco i mille chilometri quadrati. Curiosamente a dispetto delle sue modeste dimensioni la Martinica possiede infatti uno zoo, del quale voglio parlare perché ritengo che – a meno di non soggiornare sull’isola appena pochi giorni – sia una meta interessante che merita di essere visitata per il modo in cui ha saputo combinare le più ovvie finalità zoologiche con la conservazione del territorio ed il recupero del patrimonio storico locale.

Creato da Angélique e Franck Chaulet nel 2014, lo zoo è infatti situato tra i resti degli edifici dell’Habitation Latouche, tenuta risalente al 1643 (e per questo uno fra i più antichi edifici della Martinica) e distrutta nel 1902 dalla devastante eruzione vulcanica che rase al suolo la vivace città di Saint-Pierre uccidendo quasi 30.000 persone.

Il Mont Pelée, il vulcano che con la sua devastante eruzione del 1902 cambiò letteralmente volto alla Martinica

In effetti nella zona già durante gli anni ’90 del secolo scorso era stato aperto al pubblico un giardino botanico con alcuni animali, tra cui una voliera di farfalle, ma non c’è un vero paragone possibile con l’attuale struttura che copre tre ettari di estensione e si fa apprezzare non solo per la ricchezza faunistica ma anche perché consente di riscoprire il sito storico della Habitation Latouche e di ammirare la natura selvaggia circostante.

Immerso in una scenografica valle tra mare e montagna sulla costa occidentale dell’isola, a poca distanza dal vulcano Pelée, il parco zoologico deve la sua struttura attuale a Jean-Philippe Thoze, paesaggista appassionato e fondatore del Giardino di Balata (attrazione martinicana ancora più straordinaria, alla quale dedicherò uno dei miei prossimi post). Filo conduttore dello zoo è lo sforzo di far convivere gli animali – di solito le specie tipiche delle Antille o più in generale del Sud America – con la flora locale e le rovine dell’antica tenuta.

Uno degli esemplari più rappresentativi dello zoo: il giaguaro (oltre a questo maschio ci sono anche una femmina e la loro cucciola)

In questo mondo unico in cui il passato ed il presente si mescolano i visitatori hanno modo di osservare da vicino molti tipi di animali, alcuni decisamente poco comuni. Per esempio l’arpia (o aquila arpia, in francese harpie féroce), il più grande rapace del continente americano grazie ad una apertura alare che può raggiungere i 2 metri. Nativo del Sud America, questo animale è ormai difficile da osservare nel suo habitat originario, dal quale è quasi scomparso a causa della deforestazione, ma ne sopravvivono circa 50.000 esemplari sparsi nel mondo – fra cui quelli presenti appunto in questo zoo.

Il complesso in effetti si pone come obiettivo non tanto – o non solo – di permettere alle persone di avvicinarsi a svariati esemplari di fauna caraibica o sudamericana, quanto soprattutto di intervenire attivamente nella problematica della salvaguardia ambientale. Come spiegato in alcuni interessanti pannelli, gli ultimi decenni hanno visto un aumento quasi spropositato del numero di specie a rischio in tutto il mondo e lo zoo della Martinica collabora con numerose associazioni impegnate a contrastare questa preoccupante tendenza.

Ecco allora che un altro ospite dello zoo è il cosiddetto “re della foresta pluviale amazzonica“, il giaguaro, e i responsabili sono lieti di aver assistito ad una nascita in cattività nel gennaio 2017. Il cucciolo, una giovane femmina, è completamente nero come la madre, mentre il padre ha un mantello maculato. Nell’agosto dello stesso anno nacquero nel parco due piccoli tamarini rossi da una coppia di genitori proveniente dall’Amazzonia ed affidata alla Martinica dalla Guyana. Altri primati vivono nello zoo, come le scimmie urlatrici, le scimmie scoiattolo, i cappuccini bianchi.

Alcuni dei mammiferi presenti nello zoo

Per quanto riguarda invece i rettili, il parco zoologico ospita tartarughe, iguane verdi, dei caimani e un boa. I mammiferi sono rappresentati, oltre che da puma e giaguari, da procioni, wallaby (marsupiali di dimensioni troppo ridotte per essere catalogati come canguri), formichieri, manguste, un kinkajou (piccolo animale notturno che vive nelle foreste pluviali dell’Amazzonia, delle Ande e dell’America centrale), capibara (il roditore di maggiori dimensioni attualmente esistente). Nè vanno dimenticati lepidotteri e le numerose specie di uccelli fra cui lorichetti, cacatua, ibis rosso, fenicotteri.

Come già accennavo, uno degli aspetti che rende unico questo zoo è il fatto di essere stato realizzato inglobando le rovine di un’antica tenuta che nel corso dei secoli è stata utilizzata per coltivare cacao canna da zucchero e tabacco, per lavorare indaco e manioca, come distilleria per il rum a partire dal XIX secolo. Ormai la lussureggiante vegetazione tropicale ha preso possesso di ogni spazio e i resti degli edifici si stagliano tra il verde del fogliame e le vivide macchie di colore dei fiori.

Questo il piccolo museo della pirateria che si attraversa uscendo dallo zoo propriamente detto prima di lasciare il complesso

Un ulteriore tassello per conservare parte della memoria locale è dato dal piccolo museo di pirateria che si attraversa al termine della visita allo zoo. Dopotutto la Martinica si trova nei Caraibi, luogo che per secoli ha visto mercenari dei mari navigare intorno alle Indie Occidentali nella speranza di saccheggiare mercantili e depredare qualsiasi vascello capitasse loro a tiro. Dalla storia alla leggenda il passo è breve, tant’è che molti racconti continuano ancora a nutrire il folklore delle Antille con particolari suggestivi benché non sempre credibili.

Nulla di più naturale dunque del ricavare uno spazio espositivo anche per le gesta di filibustieri e corsari, ai quali sono dedicati dunque sia pannelli esplicativi (purtroppo solo in francese) che vetrine contenenti sia oggetti autentici dei secoli passati che riproduzioni moderne di manufatti legati alla pirateria. Non mancano neppure tele e poster sull’argomento, oltre alle sagome cartonate per fingersi pirati di fronte all’obiettivo della propria macchina fotografica.

Il complesso dello zoo de la Martinique è aperto ogni giorno, dalle 9 alle 18 (anche se l’ultimo ingresso è consentito solo fino alle 16.30 perché viene stimata necessaria circa un’ora e mezzo per completare la visita). Noi effettivamente rimanemmo circa due ore allo zoo, complici anche i begli scorci circostanti e la lettura dei pannelli che spiegavano le funzioni originarie dei numerosi apparecchi ed edifici tuttora presenti all’interno dell’area di visita.

Due scorci delle rovine dell’habitation Latouche

Personalmente consiglierei inoltre di visitare lo zoo prima dei Giardini di Balata (Jardin de Balata) perché dal punto di vista botanico questi ultimi sono davvero insuperabili. Recarsi quindi allo zoo dopo aver già visto la ricchezza di alberi, cespugli e fiori di Balata e l’eleganza con cui sono state strutturate le varie aree del vasto giardino potrebbe far apprezzare meno il paesaggio dello zoo, lussureggiante ma non altrettanto maestoso. Approfittate in ogni caso del Nature Pass, un biglietto cumulativo comprendente gli ingressi ad entrambe le attrazioni che vi consentirà un certo risparmio.

 

Questo il sito ufficiale dello zoo: http://www.zoodemartinique.com/

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