Una serie di sfortunati eventi stagione 3: gran finale per lo show di Netflix – recensione

Il post di oggi è decisamente atipico per me, che finora sul blog non avevo mai scritto recensioni di opere cinematografiche e men che meno di serie televisive. Ho pensato di fare uno strappo alla regola perché ieri, per accontentare i bambini che avevano visto le prime due stagioni di Una serie di sfortunati eventi con grande entusiasmo, abbiamo ceduto ad una autentica full immersion che ci ha permesso di vedere in sequenza tutti i sette episodi che compongono la terza ed ultima stagione.

Poster della terza ed ultima stagione della serie

Una serie di sfortunati eventi – in originale A Series of Unfortunate Events – è una serie televisiva creata per Netflix, la piattaforma di streaming on demand probabilmente più famosa al mondo. Questa serie, girata fra il 2017 ed il 2019, è basata sull’omonimo ciclo di tredici romanzi scritti da Lemony Snicket, alias Daniel Handler, scrittore e sceneggiatore statunitense che non è autore soltanto dei libri ma anche uno fra i produttori esecutivi della loro riduzione televisiva.

La serie è incentrata sulle vicende sfortunate (e come avrebbe potuto essere diversamente visto il titolo?) dei tre ragazzi Violet, Klaus e Sunny Baudelaire. Rimasti orfani a seguito di un violento incendio che ha distrutto la loro casa e ucciso i loro genitori, i fratelli vengono continuamente perseguitati dal conte Olaf, malvagio individuo disposto a tutto pur di mettere le mani sulla loro eredità. L’uomo infatti, dopo essersi inizialmente dichiarato loro tutore proprio nella speranza di appropriarsi della fortuna dei Baudelaire, avendo fallito nei propri intenti continuerà ad inseguire gli orfani eliminando tutte le persone a loro vicine e che cercano di aiutarli.

La seconda stagione del telefilm si era chiusa poco meno di un anno fa con un cliff-hanger di grande tensione emotiva: Violet e Klaus erano infatti rinchiusi in un carrozzone circense che stava pericolosamente viaggiando senza guida né freni su una impervia stradina di montagna piena di curve e priva di parapetti, mentre il conte Olaf era felice di far schiantare nel dirupo sottostante i ragazzi perché era riuscito a rapire Sunny, che meditava di tenere in vita per defraudarla della sua cospicua eredità.

Cercherò di scrivere questa recensione senza spoiler, per non rovinare la visione a nessuno, quindi non rivelerò quasi niente altro della trama. Quello che invece posso dire è che a mio parere Una serie di sfortunati eventi riesce nell’impresa in cui fallisce, di solito, la maggior parte degli adattamenti cinematografici: rimanere fedele alla storia originaria. Chi avesse infatti letto e apprezzato la saga narrativa non troverà massicce differenze, al contrario potrebbe ricavare qualche riposta o spiegazione in più dalla riduzione televisiva.

A sinistra i fratelli Baudelaire nella prima stagione, a destra in una scena della terza: Sunny, in particolare, è decisamente cresciuta

Personalmente trovo, per esempio, che l’adattamento abbia saputo rafforzare il ruolo di Lemony Snicket, più attivo nella sua controparte televisiva di quanto non lo fosse come voce narrante della storia stampata, intrecciando con coerenza la trama dominante – ovvero i tentativi di fratelli Baudelaire di sfuggire alle grinfie di Olaf – con la loro disperata ricerca di maggiori informazioni sui defunti genitori. Non solo infatti gli episodi della serie riescono a rendere il bisogno degli orfani di saperne di più sulla misteriosa morte dei genitori, ma sviluppa il tema della società segreta a cui appartenevano. E lo fa in maniera vivace e mai banale, elaborando i retroscena di personaggi che talvolta erano solo brevemente menzionati nei libri piuttosto che con una mera descrizione di cosa fossero o cosa facessero i fantomatici VF.

Quest’ultima stagione, pur continuando a presentare momenti deliziosamente assurdi e battute umoristiche o addirittura divertenti, è a mio parere più oscura delle precedenti perché i Baudelaire si trovano a dover fare i conti con i segreti progressivamente svelati dei loro genitori e con le azioni che loro stessi hanno intrapreso per sopravvivere. Alla fine gli orfani capiranno che nessun individuo è del tutto nobile o del tutto malvagio, ma al contrario le persone nobili ricorrono a volte ad azioni malvagie, mentre i malvagi possono mostrare sprazzi di nobiltà.

Nella terza stagione non è raro che ai cattivi siano offerti proprio questi momenti di riscatto, o che siano spiegati i motivi che li hanno portati a comportarsi con malvagità, permettendo così il crearsi di una certa empatia verso personaggi che altrimenti sarebbero apparsi senza redenzione. Eppure nonostante i cattivi abbiano i loro attimi di bontà, la morale definitiva è piuttosto quella che i bravi ragazzi a volte possono essere malvagi. Messaggio decisamente più pessimista, rischiarato sul finale dalla consapevolezza che è comunque possibile usare cio che altri ci hanno insegnato o le conoscenze che hanno lasciato, nonostante le imperfezioni e la fallibilità proprie di coloro della cui eredità – spirituale più che fisica – ci si avvale.

A me è piaciuta molto l’interpretazione di Neil Patrick Harris, che ha saputo modellare un Conte Olaf tetro e sinistro, personaggio centrale nello sviluppo della storia perché collegato direttamente al passato della famiglia Baudelaire e a tutto il mistero delle Società segrete su cui man mano fanno luce gli orfani. Soprattutto quando ha al suo fianco una persona forse ancora più meschina e votata solo all’ostentazione come Esmé Squalor, ruba la scena agli altri personaggi – nonostante i vari attori siano tutti molto bravi e lo stile visivo un po’ folle e surreale della serie permetta a ciascuno di ritagliarsi il proprio spazio.

Una serie di sfortunati eventi, benché sia nato come serie narrativa per ragazzi poi trasformato in uno show per famiglie di indubbio successo, non è la classica storia per bambini. Tutt’altro, visto che in questo intero racconto i bambini sono gettati proprio da un adulto in scenari sempre più crudeli (sia letteralmente che figurativamente) e scoprono ogni volta che nessuno vuole ascoltare le loro grida di aiuto. Le uniche persone che mostrano gentilezza nei loro confronti sono troppo stupide per soccorrerli efficacemente (come il giudice Strauss) o finiscono per allontanarsi anche troppo rapidamente (come i trigemini Pantano).

In questo senso però Una serie di sfortunati eventi è il perfetto prototipo del romanzo di formazione, visto che queste sono esattamente le difficili consapevolezze a cui si giunge crescendo, quando l’idealismo dell’infanzia viene sistematicamente spezzato dal cinismo dell’età adulta. I genitori dei Baudelaire non volevano nient’altro che proteggere i propri figli da un mondo che conoscevano fin troppo bene – ma hanno fallito. La serie televisiva invece non ha assolutamente fallito nell’attrarre chi la guardi nel mondo surreale di Lemony Snicket.

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