“L’eremita della foresta” di Ellis Peters – Recensione

[Titolo originale: The Hermit of Eyton Forest – The Cadfael Chronicles #14]

Il mio giudizio in breve:

Fra i più interessanti libri dell’autrice; per quanto avessi intuito in larga parte lo svolgersi delle vicende delittuose il volume si legge comunque con piacere, reso avvincente dall’abile intreccio di più sottotrame. Ben bilanciato nel dare spazio a tutti i misteri sollevati via via, il ritmo si fa serrato durante la fuga di Richerd verso la libertà e per quanto l’atteggiamento di alcuni personaggi sia a tratti un po’ anacronistico nel loro anelito di giustizia, la conclusione ultima mi pare ben più calata nel sentire comune medievale. Lettura davvero consigliata.

Giunti ormai alla quattordicesima avventura di fratello Cadfael, i lettori sanno cosa aspettarsi a grandi linee dal romanzo ed infatti sotto questo aspetto “L’eremita della foresta” non si discosta molto dal canone classico seguito dalla Peters nelle sue storie. Un affresco ben tratteggiato eppure mai pedante della campagna inglese medievale colta nel difficile periodo della guerra civile fra re Stefano e l’imperatrice Maud, unito a trame investigative non troppo complesse, arricchite e rese vivide da descrizioni poetiche, ambientazioni realistiche, personaggi approfonditi.

Che cosa dunque rende “L’eremita della foresta” un buon libro e lo caratterizza rispetto ai precedenti volumi della serie? A mio parere due aspetti in particolare: la relazione tra fratello Cadfael e lo sceriffo, Hugh Beringar, e l’ottima amalgama che l’autrice ha saputo creare fra i tanti spunti che arricchiscono questo episodio della saga.

Il rapporto fra Cadfael e lo sceriffo, che si approfondisce leggermente di volume in volume, rimane sembra ben bilanciato fra il rappresentante ufficiale della giustizia e quello informale, fra le esigenze laiche ed ecclesiastiche, fra la maggior intraprendenza della gioventù e la calma di un’età più avanzata. A differenza di relazioni probabilmente più famose come quella fra Holmes e Watson, o fra i loro emuli Poirot e il capitano Hastings, in questo caso il rapporto è decisamente più paritario, quasi un’alleanza fra Stato e Chiesa, fra legge e buon senso, per portare la giustizia in quell’angolo dell’Inghilterra duecentesca che i due personaggi considerano la propria casa.

Il secondo pregio del romanzo è, come già accennato, nel mix avvincente e mai esasperato di sotto-trame che la Peters ha saputo intrecciare tenendo come loro filo conduttore proprio la figura di fratello Cadfael. Più che in altri titoli a lui dedicati, qui il monaco-investigatore rimane sullo sfondo, cercando di annodare i tanti fili rappresentati da servi della gleba fuggiaschi, padroni tirannici, novizi scomparsi, un giovane possidente destinato a sposarsi controvoglia, un corriere assassinato nella lontana Oxford dove l’imperatrice sempre più disperata è cinta d’assedio, un eremita giunto da poco nella zona ma subito circondato da un’aura di santità.

I personaggi coinvolti sono davvero numerosi ma mai stonati, perché l’autrice li ha sempre resi parte della società dell’epoca in modo naturale, pur riuscendo poi a personificarli con un tratto distintivo di immediato impatto. Bosiet per esempio non è solo un corpulento e grossolano esponente della piccola nobiltà che si compiace del proprio potere e non si cura di sprecare tempo e denaro alla ricerca di un servo in fuga; la Peters lo rende profondamente umano con una brevissima frase detta di lui da chi ha la sfortuna di essere alle sue dipendenze: “Non vorrei ridargli un cane che gli sia sfuggito“.

Copertine di alcune edizioni inglesi del romanzo, compresi due audiolibri (a destra)

Perché dunque, nonostante le tante lodi, non ho assegnato un giudizio più entusiastico a questo romanzo? Per un aspetto che, in effetti, fa quasi sempre capolino nelle opere della scrittrice ma che qui mi sembra particolarmente accentuato – ovvero l’eccessiva modernità di molte opinioni espresse dai personaggi. Che fratello Paul non voglia comportarsi con troppa severità nei confronti dei suoi giovani studenti è credibile, che praticamente tutti ad esclusione degli odiosi Bosiet preferiscano (almeno tacitamente) mettersi dalla parte di un servo della gleba scappato contravvenendo alla legge mi appare decisamente più anacronistico. Proprio come il benestare dato senza difficoltà dal guardiaboschi dell’abbazia all’amore della sua unica figlia per un giovanotto che pare meritevole di affetto ma non ha né arte né parte.

Per fortuna i capitoli finali del libro svelano un sentire meno attuale, un modo di guardare al tradimento che mi è parso assolutamente a tono con quello che immagino fosse il senso dell’onore medievale, dando così maggior forza agli elementi storici di contorno e giustificando le azioni dei vari personaggi. Al punto che non posso fare a meno di consigliare “L’eremita della foresta” non solo ai fedeli lettori delle opere della Peters ma più in generale a chiunque sia alla ricerca di un cozy mystery ben costruito e ottimamente narrato.

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