Sardegna: i misteri nuragici del complesso archeologico di Arzachena

Molto spesso quando si parla di Sardegna si pensa ad acque cristalline e spiagge sabbiose capaci di rivaleggiare con quelle caraibiche. Io per prima anni fa scelsi la Costa Smeralda come destinazione delle vacanze estive proprio perché coi figli ancora piccoli non volevo affrontare un volo di molte ore, tuttavia desideravo rilassarmi davanti ad un mare limpido e caldo.

La Sardegna d’altra parte, come tutte le altre regioni d’Italia, vanta anche una storia millenaria che per quest’isola si traduce nella presenza di alcune strutture uniche nel loro genere – i nuraghi. Impossibile dunque a mio parere parlare di Sardegna solo per citarne le spiagge. E’ quasi doveroso menzionarne anche la ricchezza naturalistica storica o artistica, ragione per cui ho voluto dedicare quest’ultimo post di viaggi per la penisola proprio ad un parco archeologico che scoprii in occasione della citata vacanza e che ritengo meriti assolutamente una visita se vi trovaste a soggiornare in Gallura.

Ritrovamenti e studi condotti sul territorio hanno permesso di stabilire che ad Arzachena fioriva una prima civiltà già in epoca Neolitica, intorno al 4.200 a.C.. Da quel momento fino all’età del Bronzo la cosiddetta cultura di Arzachena o cultura gallurese avrebbe costruito nuraghi, tombe mastodontiche e necropoli che possiamo in parte riscoprire proprio visitando il parco archeologico di Arzachena.

Si tratta di un complesso molto esteso che racchiude sette siti sparsi sul territorio, perciò se intendete visitarli tutti pianificate di occupare l’intera giornata e di camminare parecchio. Se possibile inoltre, procuratevi un mezzo di trasporto che vi renderà autonomi negli spostamenti fra i diversi siti. Questi sono: Nuraghe Albicciu, Nuraghe La Prisgiona, Tempietto Machittu, Tomba Moru, Tomba dei Giganti Li Loghi, Tomba dei giganti Caddu ‘Ecchiu, Necropoli Li Muri – quelli evidenziati in giallo nella cartina sottostante.

Intorno alla civiltà gallurese ancora oggi vi sono poche certezze, perché non essendoci tracce scritte è davvero difficile determinarne con esattezza le abitudini, la struttura sociale o le attività economiche. Si ritiene per esempio che agricoltura e pastorizia fossero le attività predominanti (sebbene alcuni dettagli testimoniano una forte attitudine al commercio ed alla navigazione), così come si pensa che la funzione dei nuraghi fosse paragonabile a quella dei castelli medievali – tuttavia ancora molte sono le pagine bianche nella storia di questa terra.

Non ci si può quindi aspettare che una visita al complesso archeologico sia in grado di fornire risposte certe o date e fatti precisi come potrebbe esserlo un tour lungo il fiume Nilo piuttosto che fra le rovine greche e romane. Io però credo che il mistero in cui è avvolta la cività nuragica (della quale è oscura anche la scomparsa, probabilmente avvenuta in epoca pre-romana) contribuisca ad accrescere il fascino di una visita ai resti archeologici di Arzachena.

Prendendo come punto di partenza ideale il Nuraghe Albucciu ci si immerge subito nell’atmosfera ricca di colori e suggestioni del luogo, in quanto questa struttura parzialmente realizzata in granito è uno dei cosiddetti nuraghe a struttura mista. Vengono dette così le costruzioni che presentano caratteristiche tipiche sia dei nuraghi a corridoio (planimetria rettangolare e corridoi coperti da grandi lastre di pietra disposte orizzontalmente), sia dei nuraghi a tholos (torri a tronco di cono formate da pietre sovrapposte).

Molto diverso è il Nuraghe La Prisgiona, del quale la fotografia seguente mostra una vista dall’alto. In questo caso si parla infatti di un sito di tipologia complessa, con un nuraghe a tholos (una grande torre centrale fiancheggiata da due più piccole) attorno al quale si sviluppò un villaggio di circa 100 capanne. Molte di queste ultime devono essere ancora scavate ed esaminate, ma i reperti finora ritrovati fanno pensare che si trattasse di abitazioni di artigiani, alle quali si aggiungono una “capanna o camera delle riunioni” (destinata agli incontri politici e religiosi, con una panca circolare capace di ospitare fino a sedici persone), un pozzo e un ampio cortile circondato da un massiccio bastione.

Poco distante da La Prisgiona è la Tomba dei Giganti di Coddu ‘Ecchiu (o Vecchiu): una sepoltura collettiva dominata dalla stele centrale di granito che è possibile ammirare nell’ultima foto del post, quella sulla destra. Grazie alla sua struttura con due lastre sovrapposte la stele supera di poco i 4 metri di altezza, il che la rende la più imponente del suo genere fino ad oggi conosciuta.

Questo complesso tombale sembra risalie nella sua parte più antica al 1800-1600 a.C., proprio come la Tomba dei Giganti di Li Lolghi della quale condivide anche la struttura architettonica. Entrambe infatti presentano un corridoio destinato alle salme dei defunti, chiuso da lastre di pietra poste orizzontalmente, con una prima parte più antica (1800 a.C.) formata da un dolmen allungato ed una seconda (1600 a.C.) situata più in basso rispetto alla precedente.

Lo spazio semicircolare chiamato esedra che si può osservare nella foto di Coddu ‘Ecchiu (chiamato esedra), delimitato da lastre di pietra sistemate verticalmente, era destinato alle cerimonie in onore dei defunti mentre la stele centinata più alta rappresentava la porta verso l’aldilà. 

 

La Tomba dei Giganti Moru sebbene abbia una denominazione analoga ai due siti precedenti è invece meno simile alle strutture che ho descritto, probabilmente perché il suo stato di conservazione è peggiore. Anche in questo caso siamo infatti di fronte ad un luogo destinato alla sepoltura collettiva (probabilmente di coloro che realizzarono il vicino nuraghe Albucciu), ma di esso rimangono solo i filari di pietra che un tempo formavano parte delle pareti del corridoio sepolcrale.

Completamente diversa è la Necropoli Li Muri, risalente al Neolitico e caratterizzata dalla presenza di circoli funerari ovvero di circoli concentrici in pietra che contenevano il tumulo di terra e sassi dentro cui il corpo del defunto era sistemato proteggendolo in una sorta di bara formata da lastre di granito infisse nel terreno.

I circoli sepolcrali di Li Muri sono quattro e all’interno delle tombe sono stati ritrovati resti di ocra rossa, che viene ritenuta un simbolo di rigenerazione e vita. Gli studiosi ritengono che i corpi fossero disposti dentro il sepolcro rannicchiati in posizione quasi fetale, cosparsi di ocra rossa e probabilmente circondati da un corredo funerario.

Ultimo sito del parco archeologico è quello fotografato nello scatto a sinistra dell’immagine sovrastante, ovvero il Tempietto di Malchittu. Si tratta di un piccolo edificio sacro (le dimensioni massime sono di 14 metri in lunghezza e 6 in larghezza) nel quale un atrio, formato dal prolungamento dei lati lunghi della struttura, precede la camera principale. Davanti all’ingresso si trova una specie di sagrato su cui i fedeli potevano sostare prima di entrare nella struttura per assistere alle funzioni religiose.

Nella camera interna sono state ritrovate alcune ceramiche, che insieme ai resti di un grande focolare centrale hanno permesso di datare il sito al 1600 a.C.. Gli studiosi ritengono che il tempio sia stato teatro di cerimonie rituali in quanto è tuttora presente un rialzo destinato ai doni per le divinità, tuttavia non è stato possibile dare un volto a questi dei.

Si potrebbe dire ancora molto di questo straordinario complesso archeologico, io spero di avervi incuriositi a sufficienza per lasciarvi il desiderio di saperne di più e soprattutto di visitare un luogo che grazie ad una storia intrigante e panorami molto caratteristici è davvero unico.


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